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L’Hit Parade di Guccini

Ho ascoltato su Radio 2 la trasmissione “Hit Parade”, nella quale Francesco Guccini presentava alcune  delle canzoni, sue e soprattutto di altri, che ha amato nella sua vita. Partiva dall’adolescenza e via via crescendo fino ad oggi. Tra una canzone e l’altra commentava brevemente i brani, collegandoli a persone come suo padre, Bonvi o Flaco, il suo chitarrista. Man mano che ascoltavo il mio interesse si spostava sempre più dai pezzi musicali alle parole di Francesco, alla fine saltavo i brani (ero su podcast) e ascoltavo solo lui. Mi ha colpito il suo modo di proporsi e mi ha aiutato a conoscerlo meglio, a capirlo di più (è una vita che lo seguo!). I suoi commenti erano assolutamente miti, mai che parlasse male di qualcuno, erano parole di una persona che si ritiene normale, non superiore ad altri, un uomo dall’animo semplice, perfino timido. Talvolta inseriva anedotti personali, spesso spiritosi, ma di cose lievi, come quello della chitarra più preziosa rotta cadendoci sopra. Ai Rolling Stones preferisce i Beatles, amava il jazz ma non era abbastanza bravo per suonarlo, negli ultimi anni non metteva in scaletta la canzone su suo padre “Van Loon” perché si commuoveva, non scriverà più canzoni e non inciderà più dischi.

La quarta di Brahms

Per molto tempo mi sono rammaricato di non capire Brahms e di trovarlo noioso, finché ultimamente ho ascoltato la sua Sinfonia n. 4 e ne sono rimasto conquistato. Quasi d’improvviso tutto mi è stato chiaro: la profondità di Brahms, la capacità di sviluppare un tema semplicissimo, la novità rispetto alla tradizione, la purezza, in una parola il suo animo. A convincermi è stato il tema iniziale, semplice, di poche note, che tocca corde sconosciute del cuore. Questa melodia mi accompagna ormai da molti giorni e si è unita indissolubilmente alla mia vita di queste settimane. So già che, per un potere misterioso della musica, quando domani la riascolterò mi riporterà di colpo qui.

“Daphnis et Chloé” di Ravel

Intorno al 1980 in casa mia fece la sua prima apparizione lo stereo, oggetto di culto in quegli anni. Fu così che iniziammo ad acquistare dei dischi e, tra questi, il Bolero di Ravel. Nel lato B c’era un altro pezzo, di minore fama, per me assolutamente sconosciuto: la suite “Daphnis et Chloé”. Da allora l’ho ascoltato regolarmente, decine e decine di volte. Dopo un periodo di pausa di alcuni anni in questi ultimi giorni la mia fissazione si è manifestata con recrudescenza costringendomi a riascoltarlo tutti i giorni. Cosa ci trovo? Il clima bucolico della poesia classica che mi attirava ai tempi del liceo, la campagna, le pecore, gli uccelli, i torrenti… Ravel fa rivivere tutto questo con un orchestrazione perfetta, al tema principale si aggiungono improvvisi suoni di qua e di là, come di animali nascosti. Il finale è in crescendo, una cavalcata sfrenata tra la gioia e il dramma.

http://www.youtube.com/watch?v=amGl9Qmgu7E

 

 

Il cuoco di Francesco De Gregori

Dopo molto tempo in questi giorni ho ripreso ad ascoltare Francesco De Gregori e ho scoperto una sua canzone particolarmente bella. Non è famosa, come quasi tutte le sue migliori canzoni, si intitola “Il cuoco di Salò“. Dietro le parole semplici di un cuoco si legge tutta la situazione dell’Italia al tempo della Repubblica di Salò: il disastro nazionale, l’avanzata degli americani, le ultime illusioni delle cantanti “non ancora famose” che scappano da Roma. La trovo toccante quando dice: «Anche in mezzo a un naufragio si deve mangiare».

De Gregori è da sempre particolarmente capace nel descrivere un certo tipo di personaggi, quelli umili, relegati ai margini della storia, eppure vivi. E’ bravo nel cogliere i loro pensieri, la loro visione del mondo, i loro gesti quotidiani. Voglio ricordare il fuochista del Titanic, il ragazzo adolescente non capito dai genitori, i giovani zingari (la sua canzone con i migliori arrangiamenti), l’immigrato nero, il ragazzino calciatore, i matti, il pianista di piano bar, la donna cannone, che però è diventata troppo famosa per meritarsi un link.

Certe frasi di Guccini

L’autunno mi fa pensare a Francesco Guccini. Non so bene perché, ma lo trovo molto autunnale. Tra i cantautori italiani è quello che sento più vicino. Sono cresciuto con le sue canzoni, le ho assimilate e ora in qualche modo fanno parte di me. Mi piace molto quando a volte la sua interpretazione si fa più intensa e con un tocco della voce quasi impercettibile sottolinea alcune parole (mi riferisco alle versioni registrate nei suoi Albums).

Per esempio quando in Piccola città dice ” neghi ancora o ti dai, sabato sera?”. Ci trovo la dentro tutta la piccola vita dei giovani di provincia. Anche in Samantha, quando dice ” e lui mediterà al bar dietro a una birra che la vita può far male“.

Tristissimo in Keaton “…durante le pause di un film con Franchi e Ingrassia“.

In Canzone quasi d’amore: “Volando come vola il tacchino“.

In Eskimo: “Credevo che Bologna fosse mia“.

Quando in Bologna  dice “quando a ogni bicchiere rimbalzano le filosofie

In Scirocco “Lei si alzò con un gesto finale” e contemporaneamente parte la fisarmonica.

Ludovico Einaudi

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York

 

Il brano musicale che inserisco oggi l’ho composto al pianoforte tanti anni fa (15? 20?) e non è immune da una certa visione giovanile e semplicistica del mondo. Finalmente in questi ultimi mesi ho avuto modo di trascriverlo sul pentagramma. Dato che il programma che ho usato mi metteva a disposizione un’intera orchestra ho provato a far accompagnare il pianoforte da vari altri strumenti. Questo programma (Melody Assistant) mi piace perché è molto "artigianale". Bisogna scrivere tutto, nota per nota, usando i segni classici della scrittura musicale. Il computer si limita ad eseguire.

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Briciole

Il 23 luglio 2008 alle ore 9.25 avevo iniziato a scrivere questo blog. Il primo post si intitolava "Dentro una briciola". Briciole infatti sono gli esigui fatti della mia vita che mi ripromettevo di raccontare nel blog. Come dicevo allora credo che dentro queste briciole, non solo le mie ma quelle di ognuno di noi, si nascondano degli universi.

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