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Incontrare un albero

Si può incontrare un albero, così come incontri una persona?

Questo post è dedicato al blog di Anna “Dove fiorisce il rosmarino” ed è stato scritto per me da Romano Guardini.

Se mi trovo di fronte ad un albero, posso chiedermi: Che valore ha? Che cosa posso farne? Quanto posso guadagnarci, comprandolo? E così via. È una riflessione ragionevole, quella che il boscaiolo e il commerciante di legname sono soliti fare; essa si aggira attorno al vantaggio che questo albero può avere per me e, formulandola, io penso a me stesso e all’albero in rapporto a me… Ma posso anche considerare l’albero in modo diverso: cercando di comprenderne la struttura, la vita, il rapporto col suo ambiente; posso sperimentarne la bellezza, la specificità di questa configurazione aggrappata tenacemente alla terra, che si erige in altezza e si espande all’esterno nello spazio, silenziosa, immobile e tuttavia, vivente [...]. Giunto a questo punto se mi chiedo che cosa è avvenuto di me stesso nei due modi di considerare l’albero, constaterò una differenza: nel primo caso, sono sempre stato presso me stesso, non mi sono mai distratto da me stesso, ovvero sono sempre ritornato a me; nel secondo caso, mi sono allontanato da me stesso, sono entrato in ciò che mi stava di fronte, abbandonandomi al suo essere, alla sua bellezza, al suo mistero; nel primo caso ho affermato, confermato, imposto me stesso e l’albero mi è servito, è stato da me utilizzato, è stato un elemento del mio ambiente, è esistito per amore di me stesso; nel secondo caso ho dimenticato me stesso, mi sono allontanato da me stesso, ed allora si è aperto uno spazio in cui il fenomeno dell’albero poteva manifestarsi. [...] Qui però qualcosa è accaduto anche a me: in qualche modo sono stato ristorato, rafforzato, sono divenuto maggiormente me stesso; allontanandomi da me stesso, per così dire, in avanti, io sono rientrato in me stesso da un’altra parte diventando più pienamente me stesso. 

 

 

 

 

Un invisibile filo d’oro

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Thornton Wilder e Romano Guardini. Tutti e due hanno avuto un posto importante nella mia vita. Wilder per il suo romanzo “Il ponte di San Luis Rey”, uno dei libri più belli che io abbia mai letto, Guardini per il suo pensiero e la sua sensibilità. Però non avrei mai pensato che fra loro esistesse un legame, che un filo li avesse uniti, neppure avevo realizzato che erano stati contemporanei. Come quando si hanno due grandi amici che fra loro però non si conoscono. Invece leggendo il diario di Guardini ho avuto una sorpresa che mi ha lasciato interdetto. Guardini racconta che Thornton Wilder nel 1957 aveva vinto il premio dei librai tedeschi di 10.000 marchi e che aveva disposto che l’importo venisse dato a lui, a Guardini, affinché lo usasse per scopi assistenziali. Fu felice per la fiducia e fece in modo di distribuirlo a persone sia cattoliche che protestanti in quanto Wilder, per quanto ne sapeva lui, era protestante.

Chissà, forse c’è un filo d’oro invisibile che unisce tutte le persone che in qualche modo ci hanno voluto bene.

In compagnia di Guardini

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Nelle ultime settimane ho intrapreso a lavorare per la tesi su Romano Guardini. Sono nella fase in cui, prima di mettermi a scrivere, devo leggere le sue opere e la sua vita. Giorno dopo giorno la sua persona ha preso vita fino quasi a sentirla  presente come fossi in sua compagnia. Una compagnia gradita perché era un uomo affabile e discreto.
Ho trascorso ore ad osservarlo, come si fa con le persone affascinanti e un po’ misteriose. Ho scoperto di lui particolari che non immaginavo: amava gli oggetti azzurri, nel 1910 si comprò una costosa macchina fotografica,  giocava col suo cane, non prendeva medicine per le sue emicranie, lottava contro la malinconia, ma riusciva ad essere allegro e autoironico. Mi ha fatto piacere scoprire delle affinità: amava il cinema, quando parlava in pubblico non sopportava alcuna forma di disturbo, non era bravo a dare ordini, non si sentiva specialista in nessuna materia.

L’asciugamano di Guardini

Pur non essendo un amante della solitudine ieri sono andato a fare il bagno da solo. Ho scelto una zona dietro l’arco poco o nulla battuta dai bagnanti perché scomoda e un po’ pericolosa. Sotto di me vedevo gli abissi del mare, proprio quello che oggi cercavo.
Nel cammino dell’andata lungo il mare mi percorrevano due pensieri filosofici piacevoli. Uno mi suggeriva che la filosofia non vuole altro che capire la realtà, a dispetto del vetusto luogo comune materialista che ritiene i filosofi distratti dal concreto della vita.
L’altro poi mi dava l’impressione di essere alle soglie di una nuova svolta nella mia vita "filosofica". Ero partito, a circa vent’anni, attratto dal neotomismo di Lonergan, geniale e appunto realistico, ma con quell’ansia aristotelica di definire ogni cosa (ne "Il mondo di Sofia" Gardner definì a sua volta Aristotele un signore molto ordinato). Sono passato per Wittgenstein, il pensiero debole, Jean Guitton, Heidegger, Borges e forse qualche altro, per approdare a Guardini, l’unico che riusciva a rispettare i poli opposti della vita concreta senza cadere in qualche rigidità. Mi accorgevo però di restare relativista, tutto dipende da come si interpretano le cose, mi dicevo, siamo noi che costruiamo la realtà. Certo, pensavo, un nucleo oggettivo alla fine esisterà pure, ma è per noi inafferrabile.
Ieri, nel cammino dell’andata lungo il mare, invece ho percepito che la realtà oggettiva delle cose è più vicina del previsto, più presente, più operante. Prima delle interpretazioni c’è qualcosa che vale per tutti. Per trovarla la via è il ritorno al rapporto originario che ogni persona ha col mondo, al punto di contatto tra il nostro corpo e le cose della vita. Sarà questa la mia prossima frontiera.
Prima del bagno ho nascosto astutamente l’astuccio degli occhiali tra le pieghe dell’asciugamano. Al ritorno dal bagno, pensieroso, ho sbandierato l’asciugamano lanciando l’astuccio tra le rocce. Nessun materialista mi ha visto.
Romano Guardini