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Non umiliare mai

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Nel bellissimo racconto L’accostamento ad Almotasim J. L. Borges scorge la presenza della divinità in un uomo che durante una discussione non ribatte i ragionamenti dell’avversario per non aver ragione su di lui in modo trionfale. Trovo la stessa caratteristica in Gesù, nel celebre episodio del “rendete a Cesare quello che è di Cesare”. Gli avversari farisei gli domandano se è lecito o no pagare la tassa all’imperatore, Gesù fa una richiesta: «Mostratemi la moneta del tributo». Ed essi, ingenuamente, gli presentano un denaro. In quel momento Gesù avrebbe potuto umiliarli. Era infatti proibito portare monete all’interno del tempio, dove si svolge la disputa. Gli ebrei non potevano usare monete con un’immagine dell’uomo, tanto che all’interno del tempio si usava una moneta apposita coniata ad hoc. Quei farisei si atteggiavano da “perfetti”, ma nell’uso dei soldi scendevano facilmente a compromessi. Quello che mi colpisce è che Gesù non coglie l’occasione, non calca la mano, non li affonda. La risposta che darà li metterà a tacere, ma senza umiliazione.

Venerazione e pena

Disegno di Paolo Marongiu

(Disegno di Paolo Marongiu)

Anche io come Borges di fronte al mondo provo venerazione e pena. Alcune cose mi destano un’ammirazione inesauribile, per esempio l’energia elettrica e le onde radio. Che un microfono o una radiolina funzionino senza fili è un fatto che non smette di stupirmi. Per non parlare degli esseri umani, le loro mani, gli occhi, l’interiorità irraggiungibile di ognuno. Tra gli animali il cavallo è quello che mi appare perfetto, il cane lo venero per profondo riconoscimento, dato che è lui per primo ad avere devozione per l’uomo. Invece quando guardo le stelle la venerazione si fa inquieta, l’immensità mi sgomenta, come già Pascal.

Provo anche pena. Tutto ciò che esiste mi sembra che in qualche modo soffra, anche gli oggetti, quando non servono più e vengono abbandonati in una discarica. Anche gli animali, il loro sguardo quasi sempre mi sembra di una tristezza inconsolabile. Negli uomini poi ho l’impressione di vedere un sogno infranto, come se nessuno riuscisse a realizzare la potenzialità che sente di possedere. L’incontro con il vangelo ha  trasformato, col tempo, questa pena in compassione e ora più che tristezza provo desiderio di alleviare il male.

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Tutto ciò che esiste

pianeta terra

(Continua dal post precedente)

A questo punto Borges, in una pagina bellissima, descrive ciò che vede nell’Aleph: tutto ciò che esiste. Lo fa nel modo a lui più congeniale, elencando a caso:

“…vidi la delicata ossatura di una mano, vidi i sopravvissuti a una battaglia in atto di mandare cartoline, vidi in una vetrina di Mirzapur un mazzo di carte spagnolo, vidi le ombre oblique di alcune felci sul pavimento di una serra, vidi tigri, stantuffi, bisonti, mareggiate ed eserciti, vidi tutte le formiche che esistono sulla terra…”

Ed è proprio qui, dopo aver contemplato l’universo che Borges dice:

“Sentii infinita venerazione, infinita pena”.

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L’Aleph

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Ho preso la frase che sta sotto la testata del blog da un fantastico racconto di Borges. E’ lui stesso il protagonista che, nella sua Buenos Aires, entra in contatto con un uomo che si chiama Carlo Argentino Daneri. Inizia a frequentarlo anche se in cuor suo lo detesta, Daneri infatti è noioso e prolisso. Spiega a Borges che sta componendo un poema intitolato “La terra” che parla di tutto ciò che esiste. Ne declama alcuni versi che Borges in cuor suo trova orribili. Un giorno però Daneri gli confida che in un angolo della sua cantina c’è un Aleph. Spiega a Borges che l’Aleph è il luogo dove si trovano, senza confondersi, tutti i luoghi della terra, visti da tutti gli angoli. Borges pensa che Daneri sia pazzo, ma per curiosità si fa portare nella cantina, si sdraia al buio e ad un certo punto vede l’Aleph.

(Continua)

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Una felice scoperta

  

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La rosa di Paracelso

<< Non siamo nel Paradiso>> disse ostinato il giovane; << qui, sotto la luna, tutto è mortale.>>
Paracelso si era alzato in piedi.
<< E in quale altro luogo siamo? Credi che la divinità possa creare un luogo che non sia il Paradiso? Credi che la caduta sia altro dall’ignorare che siamo nel Paradiso?>> 
(J.L.Borges, La rosa di Paracelso)
 
 
In questi giorni penso spesso a questo dialogo, estrapolato da un bellissimo racconto di Borges, tra il saggio Paracelso e un giovane che aspira a diventare suo discepolo, . 
Mi viene spontaneo accostarlo alla frase di Gesù: "Il regno di Dio è vicino" (Marco 1,14).
Penso ci sia una grande verità dietro: il mondo possiede una bellezza che non vediamo se non per brevi attimi, la vita ci riserva una felicità che non riusciamo a fare nostra fino in fondo, la serenità è ad un passo ma non la afferiamo. Mi chiedo perché e mi rispondo che, almeno nel mio caso, mi complico da solo la vita, mi faccio appesantire da irrisorie preoccupazioni, non mi abbandono all’attimo presente. E infatti, quando a volte queste cose accadono, vedo il mondo in maniera diversa e felice, come entrassi in una dimensione nuova.