Il tesoro della correzione reciproca

Se scorriamo il Nuovo Testamento è probabile che ci cada sotto gli occhi un invito posto ai cristiani con una certa insistenza. Un invito che forse ci sorprenderà, quello di correggersi gli uni gli altri. Ma come? Un cristiano non dovrebbe essere sempre paziente verso i difetti altrui e accettare, sorvolare, sopportare…? Niente affatto: “Ammonitevi a vicenda, esorta la lettera ai Colossesi, “Ammonite chi è indisciplinato” precisa quella ai Tessalonicesi; Paolo poi elogia i romani:Siete pieni di bontà, colmi di ogni conoscenza e capaci di correggervi l’un l’altro”.  Potremmo continuare a lungo, ma basti sapere che era stato Gesù in persona a fondare questa pratica trai suoi discepoli suggerendone anche la modalità (nel vangelo di Matteo cap. 18,15-18).

La correzione reciproca è vitale in una comunità di cristiani. Senza di essa si muore. È necessaria infatti per non trascinare rancore nel proprio cuore. Quando non si corregge il fratello che sbaglia si finisce per disprezzarlo. Senza correggersi, inoltre, non si cresce. Ognuno di noi, infatti, ha dei difetti che da solo non vede. Il fratello ci aiuta a scoprirli e superarli e così ci dà modo di fare dei passi in avanti che da soli non avremmo mai fatto. Sul momento è doloroso, ma porta enormi frutti.

Alla base della correzione reciproca c’è una verità imprescindibile: bisogna farla per amore dell’altro, perché la sua vita mi sta a cuore, perché mi sento suo custode e voglio che lui lo sia di me. Mai correggere per umiliare, per averla vinta, per sentirsi maestri degli altri. Mai.

Nonostante la sua enorme importanza noi cristiani abbiamo trascurato questa pratica. È ormai rarissimo trovare una comunità dove essa sia di casa. La nostra fraternità ne è risultata mutilata. Ed ecco le amare conseguenze: tensioni irrisolte per anni che lacerano comunità religiose, parrocchie e gruppi, relazioni superficiali di falsa cortesia, alleanze gli uni contro gli altri, fino alla più devastante: le critiche alle spalle, quando la persona interessata è assente.

La correzione tra fratelli è un tesoro da riscoprire, una bomba ancora inesplosa del vangelo. Rimetterla in circolazione porterà gioia, sanità, vitalità, sincerità e, irrimediabilmente, testimonianza di fronte al mondo.

C’è una condizione, però, da osservare scrupolosamente. L’ha espressa Jean Vanier nel suo inesauribile testo “La comunità. Luogo del perdono e della festa”: “Non si può far prendere coscienza a qualcuno dei suoi limiti, se contemporaneamente non lo si aiuta a trovare la forza di superarli.”. Correggere significa farsi carico della debolezza dell’altro. E vorrei aggiungere: non basta riprendere, è necessario completare la correzione con una gratitudine e una stima dell’altro espresse giorno dopo giorno.

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