Festa

Da domenica scorsa darò una nuova risposta. Se mi chiederanno: – Che cosa significa essere cristiani? Non dirò più: – Servizio. Impegno. Cammino… Ma risponderò: – E’ una grande festa.

Ripenso alle parole di domenica: «Il regno dei cieli è simile a un re, che fece una festa». La parabola continua con tanti sviluppi e colpi di scena (leggi qui), ma a me è bastata la prima frase. Innanzitutto mi sono reso conto che il vangelo è pieno di feste:

  • Le nozze di Cana
  • Il pranzo dei pubblicani offerto da Matteo a Gesù
  • Le feste religiose a Gerusalemme alle quali Gesù partecipava spesso
  • Le Palme
  • Il Padre che festeggia il ritorno del figlio perduto
  • La casalinga che invita le vicine perché ha ritrovato la dracma perduta
  • Lo sposo che arriva a mezzanotte
  • Il padrone che giunge all’improvviso e si mette a servire i suoi servi
  • La festa per ogni peccatore che arriva in cielo

Il primo festaiolo è Dio stesso, che gioisce fino alla commozione per ogni cuore umano che lo ama. Poi ci siamo noi, quando scopriamo che seguire il vangelo ci trasmette la gioia di vivere. Non l’euforia, non l’esuberanza,  ma il sommesso piacere di vivere, degli amici, della musica, del cibo, del gioco, dei giorni usuali, della libertà.

Restyling!

 

E’ vero che l’era dei blog è al tramonto? Io non ne sono sicuro, in ogni caso il mio pare non abbia intenzione di estinguersi tanto facilmente. Era da tanto tempo che volevo rinnovarlo, ma solo negli ultimi due giorni sono riuscito a terminare il lavoro. Ecco le maggiori novità:

1. La sezione ARCHIVI, indicata dalla freccia azzurra. Si può aprire in alto o anche sulla destra. Permette di tornare su tutti i post finora pubblicati. Ne approfitto per ricordarvi che anche il tasto CERCA è molto utile, si trova a destra in alto, sotto la foto. Digitate un parola qualsiasi e troverà tutti i post che la contengono.

2. La sezione ARTICOLI, indicata dalla freccia ciclamino. Si può aprire in alto o anche sulla destra, dove appaiono tutti i titoli. Contiene gli articoli per varie riviste che ho scritto finora. Inserendoli nel blog mi sono reso conto io stesso con sorpresa che sono veramente tanti.

3. Infine ho inserito una sezione umoristica di SPIRITOSAGGINI, freccia celeste in alto e a destra molto in basso, anche se non sono sicuro di quello che ho fatto perché scrivere buone battute è una cosa veramente difficile, se una su cento fa ridere siamo già su un’ottima media.

Vigna o non vigna

La parabola dell’ultima domenica era una storia apparentemente semplicissima:
“Un uomo aveva due figli. Si rivolse al primo e disse: «Figlio, oggi va’ a lavorare nella vigna». Ed egli rispose: «Non ne ho voglia». Ma poi si pentì e vi andò. Si rivolse al secondo e disse lo stesso. Ed egli rispose: «Sì, signore». Ma non vi andò.”
Tra tutte le cose, tantissime, che sono racchiuse in queste righe una mi ha colpito di più: il fatto che questo padre è un ottimo genitore, un bravissimo papà:
Tratta i due figli allo stesso modo, senza preferenze.
Non li vizia, non hanno tutto dovuto.
Li tratta con tenerezza (in realtà non si rivolge al primo dicendo “figlio”, ma letteralmente qualcosa di più affettuoso, come “figliolo”) ma allo stesso tempo è autorevole, in quanto comanda loro di andare a lavorare.
Si spiega con con chiarezza, fa’ loro una richiesta precisa, non generica, che vale per quella giornata: “Va’ oggi”.
Accetta il rifiuto del primo, non insiste, non si impone, non lo punisce, sa aspettare, gli da il tempo di ripensarci, di interiorizzare le sue parole.
Nessuno dei suoi figli ha voglia di lavorare, uno è ribelle, l’altro, peggio, è ipocrita, ma questo non intacca la relazione con loro, rimangono sempre i suoi figli, vigna o non vigna.

Arrivederci San Francesco al Campo

Da alcuni giorni non abito più a San Francesco al Campo, ma a San Mauro Torinese, dove sono stato trasferito. Domenica scorsa ho salutato tutti in una messa molto bella e commovente. Ma anche nei giorni prima e dopo ho potuto constatare l’affetto sorprendente di centinaia di persone, dai piccoli agli anziani, e il dolore di lasciarli. Provo gratitudine verso di loro, i sanfranceschesi, con i quali ho vissuto otto anni meravigliosi, forse i più belli della mia vita. Un periodo luminoso, intenso, pieno di relazioni umane che non potrò dimenticare, di giorni sereni nei quali nessun problema è mai stato insormontabile. Perché ho trovato persone con le quali è stato facile collaborare, capirsi, volersi bene, vivere all’insegna del vangelo. Scrivendo capisco che le mie parole non sono in grado di descrivere ciò che grazie a loro Dio mi ha dato di vivere, dovrei fermarmi a parlare di ognuno, dire il suo nome, raccontare di lui e della sua anima. Li ringrazio di avermi da subito accolto, di essere stati amici, sempre disponibili mai invadenti, di avermi corretto quando sbagliavo e infine di aver vissuto questo distacco con grande fede. Me ne vado, eppure sento di restare e anche di portare tutti con me. Arrivederci San Francesco al Campo, sei stato un amico prezioso, un fratello. E continuerai ad esserlo.

L’ultimo giornalino della parrocchia

Chi è quello lì?

Ermes Ronchi

La domanda di Gesù del vangelo di oggi era: “Ma voi chi dite che io sia?” All’improvviso mi ha ricordato una bellissima pagina di Ermes Ronchi dal libro Le nude domande del vangelo, che ho voluto citare anche nell’omelia:

“L’ultimo mio maestro di fede è stato un bambino nella mia chiesa di San Carlo al Corso, in Milano. Era entrato con la nonna, avrà avuto cinque anni. La nonna è andata ad accendere una candela, il bambino girava col naso all’aria. Dopo un po’ si è fermato davanti al grande crocifisso del ’400; mi si avvicina, mi tira per la manica e mi fa: chi è quello lì?
Mi ha spiazzato. Quella domanda, improvvisa e assoluta, mi ha bloccato. Volavano via tutte le risposte dei catechismi e del Credo. A un bimbo che non ha mai sentito parlare di Dio (mi confermava poi la nonna che i genitori avevano escluso la formazione religiosa, per non condizionarlo: sceglierà lui da grande…) non puoi fornire formule di libri.
Ho sentito che la domanda di quel bambino toccava il cuore della mia fede: chi è quello lì? Ho chiuso mentalmente tutti i libri, ho aperto la mia vita, ho guardato dentro e qualcosa ho visto.
Allora mi sono abbassato, occhi negli occhi, e gli ho detto: sai chi è quello lì? Uno che ha fatto felice il mio cuore. È Gesù.”

Finita l’omelia mi sono seduto e Fabio, un vivacissimo chierichetto di 9 anni, mi ha detto sottovoce: Bravo!

L’ingrediente mancante

“Il Signore ama chi dona con gioia”. Lo scrive San Paolo ai cristiani di Corinto. In questi giorni ero impegnato in un lavoro di preparazione che mi pesava. Lo facevo si, ma malvolentieri, a volte sbuffando. Così ho capito questa frase che finora mi era apparsa insipida. Non è detto che un dono sia fatto con gioia. Si può donare per tanti motivi diversi, per senso del dovere, per restituire un favore, per avere un contraccambio, per non sfigurare. Quando ricevo qualcosa con queste coloriture ci resto male. E’ necessario quell’ingrediente in più, la gioia di dare.

Ma tu non dubitare

Il brano del vangelo di questa domenica si potrebbe intitolare “Camminare sul mare” e riserva un colpo di scena finale che mi ha fatto tirare un grande sospiro di sollievo. Gesù raggiunge i suoi discepoli in mezzo al mare mentre sono in grande difficoltà a causa del vento contrario. Lo fa, bontà sua, camminando sul mare. E’ l’immagine perfetta della fede che ci permette di camminare in mezzo alle difficoltà della vita senza sprofondare, quasi con leggerezza. Anche Pietro ci prova ma quasi subito sprofonda e va nel panico. Finché teneva gli occhi rivolti verso Gesù tutto andava bene, ma quando ha iniziato a fissare le onde la paura si è impossessata di lui e l’ha reso pesante. C’è nascosto uno stile di vita: andare avanti ogni giorno con lo sguardo verso Gesù, accada quel che accada, senza dubitare che non sprofonderemo. Pietro però non ce la fa: «Signore, salvami!». Ed ecco il colpo di scena: Gesù lo rimprovera ma contemporaneamente lo afferra e lo mette al sicuro in barca. Non aveva fede eppure lo ha salvato. Ho capito questo: possiamo dubitare di riuscire a camminare sul mare, ma non dobbiamo mai dubitare che saremo salvati. «Signore, salvami!» è una preghiera che Gesù ascolterà sempre.

Appaloosa

Qualche giorno fa ho visto un film western (mia passione). Al termine avevo capito meglio cosa sono l’amicizia, il coraggio, la franchezza, la dedizione di se stessi per una causa e anche qualcosa in più delle donne. Il motivo di tutta questa ricchezza è semplice: il film è un capolavoro che merita un posto tra i migliori western degli ultimi vent’anni. Si intitola “Appaloosa“, è del 2008. Il regista e protagonista è Ed Harris, il creatore del The Truman Show, per intenderci, ma non avevo capito quanto fosse bravo e intelligente. Non sto a raccontare la storia, ma dico che è avvincente, gli attori straordinari, soprattutto nei piccoli gesti e negli sguardi, i dialoghi mai banali, senza una parola di troppo, le sparatorie realistiche (finalmente senza effetti come il rallenty o l’amplificazione degli spari). I protagonisti sono due amici, Virgil ed Everett, sceriffo e vicesceriffo, sempre schietti tra loro, sicuri l’uno dell’altro. Quando la moglie di Virgil cerca di dividerli con una falsa accusa ad Everett (“Mi ha messo le mani addosso!”) questi  nega e Virgil immediatamente gli crede, allora la donna dice: -Tu credi più a lui che a me!- e Virgil risponde: -Esattamente-.

Nessun discorso

Prendendo spunto da una frase del vangelo riscoperta domenica scorsa ho parlato, negli ultimi due post, della famiglia dal punto di vista evangelico evidenziando alcuni aspetti che credo per nulla scontati. Ma cosa pensava veramente Gesù della famiglia? Perché ne parla pochissimo? La mia impressione è che non fosse certamente un fanatico della famiglia, pur amandola. L’hanno scorso ho espresso le mie idee su questo tema in un breve articolo sulla rivista “Vita Somasca” che, se volete, potete trovare sul link, si intitola Famiglia: le sorprese del vangelo.

Amare la propria famiglia, ma non solo quella

Riguardo alla frase letta domenica nel vangelo,

“Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me” (Matteo 10, 37),

ho trovato molto acuto il commento di don Tonino Lasconi. Mi ha colpito una sfumatura che lui ha messo in risalto e che mi appare molto realistica, anzi “italiana”: il pericolo che nella famiglia possano esserci profondi affetti e, al tempo stesso, profonda chiusura al bene comune.

Riporto il commento relativamente a questo punto:

“A volte il vangelo è talmente duro da essere irritante semplicemente ad ascoltarlo. “Chi ama padre o madre più di me non è degno di me”. Come si fa a non provare una istintiva reazione di rifiuto di fronte a parole come queste? [...] E sì. Il vangelo a volte è irritante, altre volte assurdo.

Ma è davvero così? Tutti i nostri guai non nascono forse dal mettere al punto più alto del nostro amore non il Signore, ma il padre, la madre, il fratello, i parenti, i vicini…, giù giù fino al portafoglio, e a tutto ciò che giova al nostro interesse privato e non al bene di tutti?” (Tonino Lasconi)