Appaloosa

Qualche giorno fa ho visto un film western (mia passione). Al termine avevo capito meglio cosa sono l’amicizia, il coraggio, la franchezza, la dedizione di se stessi per una causa e anche qualcosa in più delle donne. Il motivo di tutta questa ricchezza è semplice: il film è un capolavoro che merita un posto tra i migliori western degli ultimi vent’anni. Si intitola “Appaloosa“, è del 2008. Il regista e protagonista è Ed Harris, il creatore del The Truman Show, per intenderci, ma non avevo capito quanto fosse bravo e intelligente. Non sto a raccontare la storia, ma dico che è avvincente, gli attori straordinari, soprattutto nei piccoli gesti e negli sguardi, i dialoghi mai banali, senza una parola di troppo, le sparatorie realistiche (finalmente senza effetti come il rallenty o l’amplificazione degli spari). I protagonisti sono due amici, Virgil ed Everett, sceriffo e vicesceriffo, sempre schietti tra loro, sicuri l’uno dell’altro. Quando la moglie di Virgil cerca di dividerli con una falsa accusa ad Everett (“Mi ha messo le mani addosso!”) questi  nega e Virgil immediatamente gli crede, allora la donna dice: -Tu credi più a lui che a me!- e Virgil risponde: -Esattamente-.

Nessun discorso

Prendendo spunto da una frase del vangelo riscoperta domenica scorsa ho parlato, negli ultimi due post, della famiglia dal punto di vista evangelico evidenziando alcuni aspetti che credo per nulla scontati. Ma cosa pensava veramente Gesù della famiglia? Perché ne parla pochissimo? La mia impressione è che non fosse certamente un fanatico della famiglia, pur amandola. L’hanno scorso ho espresso le mie idee su questo tema in un breve articolo sulla rivista “Vita Somasca” che, se volete, potete trovare sul link, si intitola Famiglia: le sorprese del vangelo.

Amare la propria famiglia, ma non solo quella

Riguardo alla frase letta domenica nel vangelo,

“Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me” (Matteo 10, 37),

ho trovato molto acuto il commento di don Tonino Lasconi. Mi ha colpito una sfumatura che lui ha messo in risalto e che mi appare molto realistica, anzi “italiana”:  il pericolo che nella famiglia possano esserci profondi affetti e, al tempo stesso, profonda chiusura al bene comune.

Riporto il commento relativamente a questo punto:

“A volte il vangelo è talmente duro da essere irritante semplicemente ad ascoltarlo. “Chi ama padre o madre più di me non è degno di me”. Come si fa a non provare una istintiva reazione di rifiuto di fronte a parole come queste? [...] E sì. Il vangelo a volte è irritante, altre volte assurdo.

Ma è davvero così? Tutti i nostri guai non nascono forse dal mettere al punto più alto del nostro amore non il Signore, ma il padre, la madre, il fratello, i parenti, i vicini…, giù giù fino al portafoglio, e a tutto ciò che giova al nostro interesse privato e non al bene di tutti?” (Tonino Lasconi)

 

Non chiudermi in gabbia per paura di perdermi

Opera di Gabriele Marsili

Anche questa settimana essere”costretto” a preparare l’omelia si è rivelata l’occasione inattesa di comprendere in modo nuovo una frase del vangelo:

“Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me” (Matteo 10, 37).

Forse queste sono le parole più esigenti mai pronunciate da Gesù, le più radicali e dure al punto da sembrare quasi disumane perché contro le leggi naturali dell’affetto. Ma la soluzione è semplice, basta non cadere nel tranello di mettere in competizione l’amore per i propri cari e quello per Dio. Certo, bisogna anche dire che quel giorno Gesù non è andato troppo per il sottile…

Di fatto, quando mettiamo la relazione con Lui al primo posto, invece che trascurare l’affetto per gli altri succede che impariamo ad amarli di più, con un amore di qualità superiore. Questo accade perché il vangelo è una grande scuola dell’amare. Per esempio ci insegna che l’amore non è mai possessivo, ma esige libertà. A questo proposito ho notato che la frase di Gesù tra tutti i possibili rapporti familiari (fratelli, sorelle, moglie e marito…) cita quello tra genitori e figli. Forse non è un caso, forse perché è questa una relazione dove l’amore diventa facilmente possessivo. Ecco allora i ricatti affettivi, i sensi di colpa, la paura paralizzante di perdere l’altro… Dal vangelo impariamo invece una realtà straordinaria, che l’amore più grande non è possedere l’altro, ma lasciarlo libero di amare gli altri più di quanto ama noi. 

Estate Ragazzi 2017!

La nostra Estate Ragazzi non si è sciolta al sole terribile di questi giorni, ma sta andando avanti in grande stile. Grande merito dei bravissimi animatori e, naturalmente, dei ragazzi, dai sei ai tredici anni. Tema: Alice nel paese delle meraviglie. Ma più che le parole valgono le immagini:






Il passero caduto

Sono stato contento di scoprire il significato corretto di una celebre frase del vangelo di Matteo:

«Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro». (Matteo 10,29)

Questa traduzione in italiano, nella sua apparente poeticità, poneva molti problemi. Sembra infatti dire che tutto ciò che accade è per volere di Dio. Nel mondo però accadono cose tristi e cattive: gli innocenti muoiono, i bambini soffrono, i giusti sono perseguitati dagli ingiusti… E’ Dio che vuole così? Non cade foglia che Dio non voglia, sostiene un proverbio che molti credono esprima la fede cristiana, ma non è affatto vero. Da quando Dio ha creato l’uomo libero sono iniziate a succedere tante cose che Dio non voleva per niente.

Quindi ho gioito nel constatare che il testo originale dell’evangelista non parla di volere di Dio, ma dice invece: «…nemmeno uno di essi cadrà senza il Padre vostro». Proprio così: àneu toû patròs. Non è la stessa cosa, significa che Dio non è indifferente neanche al più piccolo dolore della terra (neanche a quello degli animali). E’ lì, è presente, come un amico che ti dice: – Qualsiasi cosa ti accadrà io ci sarò, io sarò con te -. Anzi d più: – Anche quando cadrai, cadrai nelle mie mani e nulla di te andrà perduto-.

Giovanni Crisostomo

Mi piace moltissimo questo brano di San Giovanni Crisostomo, un padre della Chiesa vissuto nel IV secolo, uno dei pochi che non mi annoiano mai. Ad ogni paura dell’anima contrappone una frase della Parola che la smonta. Con me fa veramente effetto e ogni volta che la leggo mi sento coraggioso:

Cosa, dunque, dovremmo temere? La morte? «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1, 21). Allora l’esilio? «Del Signore è la terra e quanto contiene» (Sal 23, 1). La confisca dei beni? «Non abbiamo portato nulla in questo mondo e nulla possiamo portarne via» (1 Tm 6, 7). Disprezzo le potenze di questo mondo e i suoi beni mi fanno ridere. Non temo la povertà, non bramo ricchezze non temo la morte, né desidero vivere, se non per il vostro bene. 

L’ultima parte del brano è molto potente e potrebbe sembrare eccessiva, quasi esaltata, eppure quando leggo: «…non temo la morte, né desidero vivere, se non per il vostro bene» ho l’impressione di scoprire un modo di guardare alla propria vita che non conoscevo.

 

Quando penso all’esistenza di Dio

Quando penso all’esistenza di Dio mi ritrovo davanti a un immenso mistero. Mi appare strano che esista, ma ancor più strano che non esista. Eppure tra le due non intravvedo altre possibilità. Se esiste, perché questo suo nascondimento, questo ritirarsi ai nostri occhi come il più timido degli esseri? Mi ritrovo con Pascal: è il suo silenzio a sgomentarci. Ma quando ipotizzo la sua inesistenza la soluzione mi sembra peggiore del male. L’universo esisterebbe da solo, per virtù propria, riposando da sempre in se stesso. Tutta questa materia, con le sue leggi radicate nell’infinitamente piccolo… Perché esiste? Nessuno l’ha posta, nessuno l’ha voluta, è lì, semplicemente, senza una ragione precisa. Per credere questo avrei bisogno di una fede che non possiedo. Qualcuno sostiene che esisterebbero infiniti universi, infinite combinazioni della materia. Non c’è nulla da meravigliarsi se da una di queste sia sorto il nostro di universo, con le sue leggi fisiche, sarebbe un caso statisticamente ragionevole. Infiniti universi. E’ affascinante e vorrei davvero che esistessero. Ma il problema iniziale non si è risolto: da dove proviene tutto ciò che esiste? Da se stesso?

Mare piatto

Maggio è andato anche lui, ricco di impegni da calendario e, allo stesso tempo, povero. Ci sono periodi così, poco produttivi, poco brillanti, chissà, forse sono quelli più preziosi. La vita che sembrava ordinaria d’improvviso procede con affanno, la mente e il corpo riducono il ritmo, lo spirito non si eleva, non nascono idee nuove: «Lasciaci un po’ in pace» sembra che dicano, «Torneremo, fidati di noi». E conviene accordargli fiducia.

Avrei voluto una Pentecoste come quella disegnata qui

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Invece mi è sembrata quella del quadro di sopra, quella di un’attesa di qualcuno, di qualcosa ormai vicino. Il mare piatto ne facilita l’arrivo.

Pianeta Terra 16 aprile 2017

Quel puntino luminoso in mezzo agli anelli di Saturno fotografato pochi giorni fa dalla sonda Cassini da un miliardo e 431 milioni di chilometri di distanza è il pianeta Terra, siamo noi.

Da ciò che finora sappiamo è l’unico punto dell’universo nel quale sia presente la vita.

E’ stato calcolato che in tutta la sua storia vi hanno vissuto circa 100 miliardi di esseri umani.

Se escludiamo quelli attualmente viventi (a oggi circa 7 miliardi e 498 milioni), tutti gli altri sono morti.

I loro corpi sono tornati alla terra, disgregandosi negli elementi che li componevano.

Tutti, meno uno. “Manca un corpo alla contabilità della morte, i suoi conti sono in perdita.” (1)

Questo fatto numericamente marginale sovverte in realtà l’ordine naturale dell’universo e vi introduce una novità le cui conseguenze risultano essere incalcolabili.

Oggi sul pianeta Terra si festeggia la Pasqua.

1. Formulazione di Ermes Ronchi.